Giovedì gnocchi, venerdì sushi !

October 4, 2016

E’ qualche tempo che rifletto sul concetto di identità culinaria. Mi riferisco a quelli che consideriamo piatti tradizionali, storici e italiani per eccellenza. 

A questa categoria appartengono innumerevoli preparazioni come: gli spaghetti al pomodoro, la pizza margherita, il risotto allo zafferano e così via, muovendosi da nord a sud su tutto il tessuto nazionale italiano che rivendica i propri piatti tipici, indentitari ed emblematici, diventati talvolta persino il simbolo di grandi città ma anche di piccoli centri urbani.

Le preparazioni dei cibi spesso sono arricchite da varianti locali ed uniche. 

Il cibo, per le sue particolarità, è in grado di scatenare campanilismi da rendere fieri alcuni comuni che organizzano, per questo motivo, feste e sagre a tema.

Esistono ricerche storiche mirate, e delle volte si costruiscono addirittura le origini delle ricette che si arricchiscono di aneddoti talmente fantasiosi e avventurosi, che rientrano facilmente nella categoria dei miti di fondazione delle cosmogonie classiche.

 

La mia riflessione però si ferma sul presente, e mi sono chiesta: 

quanto sono tradizionali i nostri piatti? Quanto tempo deve passare prima che un piatto e un'identità siano  considerati tradizionale?

La nostra identità italiana sicuramente si fonda su abitudini alimentari spesso comuni in tutto il territorio nazionale, ma quanto tempo fa si sono formate queste identità? 

 

Prendiamo per esempio gli spaghetti al pomodoro o la pizza margherita. Si tratta di piatti che saremmo tentati di definire “italiani da sempre”, ma basta addentrarsi nella storia della cucina italiana che ci si accorge che non è proprio così. 

La diffusione di questi due piatti trova la sua fortuna popolare solo a partire dal secondo dopo guerra. Prima di questo periodo, le differenze locali erano tante che, per esempio, molte popolazioni del nord Italia non consumavano quasi mai pasta, ne’ conoscevano la pizza. 

Se poi volessimo addentrarci ancora più nel passato, scopriremmo che neanche il pomodoro è un frutto autoctono ma, come è noto, arriva da molto lontano, addirittura dal continente americano! 

Quindi il “fare da sempre parte della nostra tradizione” non è più così esteso nel tempo.

Nel 1500 in Europa neanche si sapeva cosa fosse un pomodoro, al contrario di oggi che fa radicalmente parte della nostra cultura mediterranea.

Ci sorprenderà sapere che, sempre nel 1500, non erano diffusi neanche molti altri prodotti come i peperoni, i peperoncini, l’ananas, il mais, le patate, le carote, che sono stati importati grazie allo scambio colombiano. 

Ancora prima delle contaminazioni arabe non erano così diffusi neanche il riso, lo zucchero e la melanzana.

 

Se si analizzano tutti i prodotti che non sono tipicamente del nostro territorio, sorge spontanea una domanda: prima della diffusione di questi cibi “stranieri”, cosa ci rimaneva da mangiare? 

C’era molto altro e anche qualcosa che oggi abbiamo dimenticato o che è semplicemente passato di moda. 

I gusti sono cambiati innumerevoli volte nei secoli, e la nostra struttura socio-economica che facilita l’importazione delle merci, fa sì che le tavole degli italiani oggi siano molto più ricche anche di frutti esotici. Per esempio, nelle nostre case è comune trovare dei prodotti come le banane che fino agli anni 60/70, a causa dei prezzi elevati, non potevano ancora considerarsi cibo quotidiano o assimilato dalle nostre abitudini.

 

E quindi cosa dovremmo aspettarci dal futuro? Quali saranno i nostri piatti tradizionali fra 50 anni? Quali gli ingredienti che la nostra società avrà selezionato e diffuso?

 

Tutte domande alle quali propongo la mia personale considerazione:

 

Qualche giorno fa, i miei nipotini mi hanno raccontato che molto spesso vanno a mangiare sushi, e che questa abitudine a casa loro, è diventata un’alternativa alla classica pizza del venerdì sera.

Ho subito pensato che per me, solo 20 anni fa, mangiare sushi era una scoperta incredibilmente avventurosa ed esotica, persino criticata dai più tradizionalisti! 

Al contrario, quando i miei nipoti avranno la mia età o saranno anziani, parleranno del sushi come un alimento che fa parte dei loro ricordi infantili. Avranno sviluppato un gusto per questo cibo di origine giapponese, ne avranno selezionato le tipologie più vicine al loro mondo e, non mi stupirebbe, se facessero del sushi uno dei loro piatti tradizionali.

Probabilmente impareranno perfino a cucinarlo e lo tramanderanno.

Certo, non sarà l’autentico sushi giapponese che nel frattempo avrà subito una propria evoluzione, ma sarà qualcosa di simile agli “spaghetti and meatballs” americani o alle “linguine Alfredo”, o alla “Cesar Salad" o ancora al “Chicken Parmigiana”: tutti piatti italo americani che negli Stati Uniti vengono considerati tipici e di tradizione italiana.

Quindi anche il sushi del venerdì sera, sarà un piatto diverso da quello che era in origine, e si sarà adattato al luogo dove si è diffuso. Insomma diventerà un sushi italiano!

 

Tutto ciò ci fa capire che esistono piatti che partono con un bagaglio d’origine tipico del paese di provenienza, si diffondono con le comunità che li “trasportano”, e si trasformano a seconda dell’immaginario e delle esigenze del nuovo posto dove si instaurano.

Talvolta ritornano nel paese d’origine ma in modo completamente diverso e mutato, fino ad essere completamente irriconoscibili rispetto gli originali. 

A questo proposito, ricordo benissimo che negli anni novanta, durante il mio primo viaggio in Florida ho mangiato una cosa che ho saputo solo dopo, essere un trancio di pizza:  era alta e soffice e piena di ingredienti “strani” tanto che non l’avevo neanche identificata come tale.

 

Come per molti altri aspetti del nostro bagaglio culturale, anche quello della cucina, non è altro che una caratteristica fluida della nostra identità che cambia e si modifica più in fretta di quello che immaginiamo. 

 

Anche se difendiamo con forza il modo giusto in cui cucinare, e ci facciamo ambasciatori della nostra identità di cui siamo giustamente fieri, dobbiamo allo stesso tempo tener presente che questa tradizione di cui ci facciamo portatori, è solo una fotografia del nostro momento storico che rispecchia la tradizione culinaria di uno spazio di 50/60 anni.

Per i nostri figli e nipoti, queste tradizioni non saranno altro che ricordi di come la nonna preparava questo o un altro piatto, e di come era abituata ad utilizzare un determinato ingrediente.

Alcune cose sopravviveranno, altre si selezioneranno automaticamente e verranno dimenticate perché non più rispondenti alle nostre esigenze. 

 

Rispetto a quanto detto finora, ritengo che le lotte per mantenere le nostre trazioni dovrebbero concentrarsi sulla celebrazione di ricette attuali o sulla preservazione di quelle antiche come patrimonio e simbolo della cultura del nostro passato. Come per i reperti di un museo, questo patrimonio andrebbe custodito, registrato e qualche volta anche rievocato ma con candida rassegnazione, perché le società si evolveranno a prescindere da queste tradizioni. Tanto vale goderci i piatti del nostro tempo con consapevolezza!

 

Agata Meuti

 

 

 

 

 

*Illustrazione di Giulia Sollai ispirata al gatto di Agata

 

 

 

 

 

 

 

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