Enriqueta Checa Chalco

November 1, 2016

 

Mi chiamo Enriqueta Checa Chalco.
Sono nata il 26 giugno 1968, ricevendo in dotazione tutti i comfort previsti: occhi neri e profondi, bocca carnosa e lingua svelta, seno giunonico e culo a tre piazze terrazzate.
Essendo poi altiplanica, sul labbro superiore esibisco con fierezza ispidi ciuffetti di pelo, in omaggio alla ridente vegetazione andina: cespugli, cactus. Cespugli, cactus. Cespugli, cactus.
Ma sono bellissima così, mica come certe sciacquette europee tutte fiere dei loro capelli sbiaditi e dei loro piedini grassi e bianchi che spuntano fuori da sandali in cuoio.
Ma perché ti metti i sandali, ragazzina, che qua a La Paz ti si congela anche l’anima?
Loro pensano che sia un’ignorante, ma io so tutto.
Leggo Cosmopolitan e Vanidades, belle mie, e vi dico una cosa: meglio indigena che indie.
Io voglio sentire solo il rumore dei treni.
Nella mia comunità ne passava sempre uno, bellissimo, tutto lucido e sbuffante. Adesso è lì che riposa nel cimitero dei treni vicino al Salar, il mio amato mare bianco di sale e conchiglie millenarie.
Chi ha detto che se la son portati via i Cileni la nostra distesa d’acqua?
Sta soltanto riposando. Un giorno riavremo tutto indietro, resterà soltanto la mia bella terra.  Il mare verrà qui ad inghiottire questi brutti palazzoni, questi brutti scippatori, questi brutti governatori, riavremo i colibrì a tremilaseicento metri e anche i dinosauri, grossi come quello che c’è in piazza a Cotagaita.
Metteremo i fenicotteri nei ministeri e i giaguari a capo del governo, che tanto è uguale.
Che dicevo? Ah sì, il treno.
A me piaceva guardarlo passare. Non guardavo i ragazzi, io: guardavo gli emigranti.
In giù per l’Argentina, in su per La Paz.
L’importante era andarsene.
E c’erano questi cani tutti pieni di colori che Dio solo sa quante generazioni prima di loro si erano incrociate, meticciate, pasticciate, questi cani che gli correvano dietro finché avevano fiato.
Un giorno c’era il Pablito seduto vicino a me. Che ragazzo il Pablito, senza un po’ di denti e senza una gamba lasciata in miniera per la merenda della Pachamama, a un certo punto guarda i cani e mi dice: “Chissà per cosa corrono..me lo sono sempre chiesto”.
E lì ho capito che io, Enriqueta la bella, avrei sposato Pablito, uno dei più brutti del villaggio.
Era brutto, era un poeta.
Non potevo chiedere altro.
“Non lo so” gli rispondo “Forse stanno avvisando chi parte: non andare, non andare” e simulo un grido-ululato.
“Non possono semplicemente augurargli buon viaggio? Dirgli di non preoccuparsi, che andrà tutto bene e quando arriverà la nostalgia ci saranno loro ad abbaiarle contro?”
“Forse vogliono salire sul treno”
“Da questo posto scappano anche i cani”.

Fu così che io e il Pablito convolammo a giuste nozze, celebrando la nostra unione come si conviene ai boliviani perbene come noi.
La festa, durata cinque giorni e quattro notti, contava sulle seguenti provvigioni:
- cinque containers di chicha
- otto botti di singani
- nove maiali arrosto
- sei lama sgozzati, di cui tre consumati alla brace
- un’autostrada di silpancho
- 127 coscine di pollo che la mamma non ha fatto in gonnella ma ci son piaciute lo stesso
- 12 miei pretendenti suicidatisi alla vista del mio brutto sposo
- 561 vittime di risse etiliche

Insomma, una gran festa.
Il giorno dopo, con indosso il mio scialle più bello, quello che mi fa sembrare la regina di tutti i tropici e tutti i capricorni, salimmo sul treno per la grande città.
Pablito tossiva come sempre, io facevo dondolare le spalle sotto i raggi del sole che filtravano dal finestrino cantando una nenia che avevo inventato sul momento.
Le mie trecce erano fresche di lavaggio, il mio scialle mandava riflessi di vetro ed attese e mi sentivo la regina di tutti i soli e tutte le notti.
Arrivammo a La Paz, con i suoi polmoni stretti e il suo cuore di grandine, e mi sentii smarrita.
La notte non si vedevano le stelle, di giorno non si vedeva l’orizzonte.
Decisi comunque di mettermi al lavoro, no Pablito mio, non ci apriremo una tienda, non passerò i miei giorni a vendere uova e ingrassare seduta su uno sgabello che mi sembra un po’ la sedia elettrica di quei film americani che vedevo al cinema della città.
Voglio insegnare.
Anzi, voglio essere una Maggiora, Maggiora di un esercito silenzioso e colorato.
Cominciai a passeggiare per le strade in cerca dei miei alunni-soldati, ma non trovavo nulla, proprio nulla che mi ispirasse.
Nel frattempo il mio Pablito si ammalò, anzi era già malato, ma buttava fuori certi meteoriti di catarro che facevano tremare la terra e provocavano terremoti in Argentina e forse anche in Thailandia.
Tutti parlavano del 2012, del cambio climatico, ma no cretini, è il mio Pablo, è l’amore della mia vita che se ne sta andando, è il mio cuore che si mette a gridare.
Tutti i disastri naturali sono solo cuori che gridano: guarda che casini son successi da quando hanno fatto la guerra all’Iraq.
E gli tsunami sono bambini che hanno perso il loro aquilone, ma non lo andrò a dire agli scienziati, io con quella gente non ci parlo.
Come dicevo, c’era da curare il mio amore, così misi da parte il mio progetto e cercai un lavoro che non uccidesse anche me.
In quel labirinto di grigio e vento, c’era solo una cosa che amavo: il mercato dei fiori.
Passavo ore in quel groviglio di odori gentili e colori violenti, mi feci amica di tutte le caseritas e in breve misi su il mio negozietto: un banco di legno e un Illimani di cime fiorite da cui sbucava solo la mia testa.
Ovviamente la concorrenza era tanta, così misi su la mia strategia di vendita, come la chiamano i gringos: componevo bouquet-amuleto e bouquet-cantastorie.
Se veniva da me una sposa, le cantavo di gigli e carezze, di fresie e calore, di rose e passione.
A un bambino troppo irrequieto cantavo di camomille scaccia-mostri sotto il letto e di girasoli gentili che un giorno sarebbero diventati lama veloci e li avrebbero portati lontano.
Anche i clienti mi raccontavano le loro storie, di lì a poco i miei fiori cominciarono a diventare marionette per chi aveva bisogno di consigli, mani verdi per chi aveva bisogno di amici, scarpette per ballerine tristi e quaderni per poeti senza parole.
Ogni sera, tornando a casa, il mio Pablito voleva sentirsi raccontare tutto, dalle vite che scorrevano fuori da quel letto a quelle che si animavano fra le mie mani.
“Amore mio, oggi ho fatto una culla di iris e totora per un bambino che non vuole nascere”
“Enriqueta, ma gli hai chiesto almeno perché?”
“Perché cosa, mi vida?”
“Perché non vuole nascere. Magari ha visto qualcosa, magari si è perso il meglio ed ha paura”
“Non gliel’ho chiesto, mi sono distratta. Ah, mi querido, se non ci fossi tu..”

Ma un mese dopo Pablito era già distante, fra quelle stelle che non riuscivo a vedere a La Paz.
Mi sentivo sola, e nel grande mercato dei fiori le caseritas cominciarono a farmi la guerra per tutti i clienti che gli rubavo.
Ma io non rubavo nulla, figuriamoci, io inventavo e consolavo per non pensare alla mia casa vuota, raccontavo, creavo e cantavo.
Alla fine chiusi il negozio e chiusi me stessa in casa.
Uscivo solo per fare qualche commissione, comprare il pane, qualche uovo, un po’ di latte.
Stavo male, mica volevo morire.
Quello mai!
Poi un giorno ricevetti una lettera, c’erano da aggiustare un po’ di cose con il testamento del Pablito, niente di che, solo una firmetta qua e là.
Sul minibus mi sedetti sopra qualcosa di duro e squadrato: una scatola di gessetti colorati.
Non era nulla di eccezionale, ma mi fece pensare che quella sarebbe stata una bella giornata, solo per quel piccolo regalo del caso.
Vicino al Ministero incontrai un lustrascarpe, “sono ovunque” pensai, “sono un esercito”.
Sorrisi.
Lo guardai affannarsi per un po’ in cerca di un cliente, poi cominciai a disegnare sul marciapiede una strada che portava fino a lui, una strada fantastica tutta piena di scimmie, bradipi, rospi sorridenti e giaguari.
I clienti cominciarono a fermarsi incuriositi, il mio sconosciuto amico ne approfittò.
Io entrai a sbrigare le mie pratiche, lo ringraziai per il gran sorriso che mi rivolse all’uscita e salii su un minibus diretta verso casa.
Eppure, quella notte, non riuscii a chiudere occhio.
Il giorno dopo, tornai dal mio amico con l’artiglieria pesante, un carretto di fiori preso in prestito dall’unica amica che mi era rimasta al mercato.
Ridisegnai la carrettera magica, stavolta in versione andina con lama vestiti di paillettes e cactus in vena di abbracci, e cominciammo ad offire ai clienti eleganti composizioni di fiori da passeggio: cappelli, sciarpe, decori per mocassini e cinture di tulipani.
Andavano via tutti contenti, con mance abbondanti e felicità pagliacce.
In breve arrivarono altri lustrascarpe, mettemmo su un po’ di soldi, per la gioia legammo un sorriso fiorito al monumento del milite ignoto.
Ignoto, mica triste come le sere in questa città!
Andavamo in giro così, a coltivare avvocati e gelatai, ministri e uomini d’affari, ricche signore della zona sud e potosine a piedi scalzi (per loro il lavoro era gratis!)
Cominciai ad insegnare ai ragazzi a leggere e scrivere, inventammo racconti nelle piazze, decorammo teste di gringos e matrimoni importanti.
Eravamo un esercito di formiche chiassose e colorate.
Vennero molti uomini di chiesa a cercare di farci smettere, ad attutire il nostro baccano, a dirci che i fiori sono solo per dio e per i morti, ma non ci abbiamo mai fatto caso.
Abbiamo perso combattenti uccisi dal singani o da qualche litigio di troppo: in quei giorni, ci vestivamo di fiori secchi e bozzoli di farfalle.
Quando le farfalle uscivano, ricominciavamo a cantare: il tempo per il dolore dev’essere breve.
Mi sentivo la regina dei soldati innamorati.
Tratteggiavamo sentieri di gesso e dialogo durante le marce, incuranti della dinamite e dei fumogeni, la sera ci grattavamo le teste ustionate ridendo dei loro spari.
Poi un giorno successe, un bell’uomo gentile riuscì ad infilarsi sotto le mie sette gonne, e fu lì che avvenne il miracolo.
Mio figlio decise di arrivare.
Il mio corpo, però, aveva ben altri ospiti, ah Pablito mio, tutti quei baci!
“Tubercolosi” disse serio il dottore “tubercolosi avanzata!”.
Lui mi diede delle pillole, io gli misi un fiore nel taschino in mezzo alle stilografiche laccate.
Mi chiamo Enriqueta Checa Chalco, regina del sole e della notte, regina di mille allegri soldati.
Erano tutti lì a piangere sul mio capezzale, quando venne alla luce il mio piccolo erede.
Il dottore disse “E’ maschio”.
Io feci un gran sospiro, raccolsi tutte le forze, rivolsi al mondo un “Addio”, un “Grazie di tutto” e dissi le mie ultime parole.
“Peccato. Speravo fosse un dinosauro.”

Mi chiamo Enriqueta Checa Chalco.
Sono la regina delle stelle che non puoi vedere e del mare che aspetta di tornare.

 

 

Simona Durzu

 

 

*Foto di Simona Durzu 

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