Il pescatore di aquiloni

May 29, 2018

 

 

La mia città dorme sempre.
Dorme d'inverno sotto una coperta di nuvole e maestrale, dorme d'estate sotto le sue pietre bianche, mentre lo scirocco le racconta favole.
Io invece da ragazzo non dormivo mai, volevo ascoltarle tutte quelle storie, seduto su una panchina del porto o al tavolo del bar.
A volte mi facevano venire un po' da piangere, ma io non sono uno da lacrime, così a quelle righe calde sulle guance preferivo versarmi una birra fresca e fissare quel piccolo acquario dorato nel bicchiere finchè non riprendevo a sognare.
Ma la mia città dormiva, insieme ai vecchi e ai piccioni sotto i portici, vecchi come lo sono io ora, anche se continuo a rimanere sveglio mentre il vento fa la voce grossa perchè sono un po' sordo, ma non c'è nessun altro che lo stia ad ascoltare.
E come tutti quelli che sognano in grande, non mi potevo accontentare di un solo amore.
Ne volevo due, come fossero le mie vele.
Due come i piedi e le gambe, si, perchè volevo mi portassero lontano.
Così mi innamorai della donna che non mi cammina più accanto da quando ha imparato a volare.
Così mi imbarcai su qualsiasi nave avesse come destinazione un nome che facevo fatica a pronunciare.
A lei dicevo sempre che dovevo farlo per vivere, ed era vero.
Io senza il mare non avrei nemmeno avuto un nome, ce l'avevo nel petto, nel sangue, dipinto fino in fondo ai miei occhi perchè mi riconoscesse come figlio e avesse cura di non farmi annegare.
Adesso è qua sul mio viso, fra le macchie di sole e le rughe profonde delle tempeste, mille preghiere a Dio perchè mi facesse sopravvivere, ma lui, secondo me, da brav'uomo di potere, mentre lo pregavo di non farmi morire si faceva la segretaria.
Spero che al mio arrivo in paradiso mi offra almeno un cubano, ed un tramonto straordinariamente arancione visto dall'alto.
Mi sembra una ricompensa sufficiente per non avermi mai ascoltato, ma se proprio posso chiedere una sola cosa, beh, che almeno mi faccia ritrovare lei con addosso quel vestito.
Me la immagino la mia donna, quando mi aspettava con quel vestito così verde, felice e leggero, lei era un aquilone ed io non ho mai voluto una fede perchè al dito tenevo legato il suo filo, stretto stretto da farmi male se me ne andavo troppo lontano.
La immagino chiacchierare con le nuvole come io facevo con l'orizzonte, chissà come abbiamo fatto a trovarci, noi che viviamo col naso verso il cielo.
Forse perchè da lui abbiamo imparato la pazienza delle attese, il prezzo da pagare perchè il viaggio sia buono ed un giorno si possa tornare a casa.
Perchè quando aspetti un ritorno senza data, ogni angolo di strada porta in sè la promessa di incontrare ancora certi occhi, e si riempie di magia. Cominci ad amare persino l'asfalto bollente d'agosto, ami il rumore che avranno i vostri passi con largo, sorridente anticipo.
E ami i luoghi di cui ti riempi il corpo, quella valigia di muscoli ed ossa che ti porti appresso da una vita.
Ma quanto mi piaceva tornare da lei ed aprire quella valigia sul nostro letto, lasciare che i ricordi inondassero la stanza, impregnassero le pareti di quei profumi che avrei voluto farle sentire, di quelle immagini che provavo a descrivere disegnandole con le dita sul suo corpo e nell'aria.
Dentro di me si confondevano e si mescolavano, la mia donna e il mare, si osservavano di nascosto con un misto di gelosia e rispetto come due vecchi rivali, ed io, di quelle sfide, un po' me la ridevo.
Il movimento di uno mi ricordava il respiro dell'altra mentre dormiva tranquilla, quasi abbandonata, così piena e felice dei miei ritorni inaspettati, ma quando osservavo i suoi fianchi ecco che con una fitta di nostalgia pensavo alle onde, e mi ritrovavo punto e a capo.
Per tutti ero un egoista, uno che non sapeva scegliere, ma i miei amori, in fondo, sapevano di farsi un favore.
Lei così piena di meraviglie non avrebbe potuto darmi tutto ciò che avevo sete di vedere e immaginare, nè il mare avrebbe saputo ricreare la bellezza così forte che il mondo acquistava quando avevo lei al mio fianco.
Mi perdonavano a vicenda le lunghe assenze, le riempivano con la propria vita e i propri sogni, erano mutevoli, mai uguali a come li avevo lasciati, e per questo li amavo così tanto.
Stando fermi, noi tre saremmo andati contro alla nostra natura, ma la gente che non ascolta il vento non capisce che il linguaggio delle cose stabili.
L'oceano e l'essenza degli uomini li spaventano, così immensi e pieni di potenzialità, tanto che, pur passando una vita ad esplorarli, non si potranno mai conoscere fino in fondo.
Ma a me quelle scoperte senza fine non facevano paura, io stesso passavo i giorni a reinventarmi, stupirmi di come i limiti potessero essere estesi ed annullati, di come gli ostacoli fossero solo invenzioni della paura per far sì che nessuno abbandonasse il proprio recinto.
Io saltavo, dicevo addio alle sicurezze sventolando un fazzoletto come in certi film in bianco e nero, perchè il muro che avrebbe dovuto separarmi dalla libertà era fatto di carte da buttar giù con un calcio, un sorso di rhum ed un sorriso.
Mano nella mano con la mia donna dalla carnagione di sabbia fine, perchè quei due piccoli nei sulla sua pelle chiara, in fondo, son sempre stati la mia bussola.
Per me, là cominciava e finiva il mondo.


In mezzo,

 

Il mare. 

 

 

 

 

 

L'aquilone del pescatore (Risposta della moglie)

 

 

 

Fanno la stessa fine dei pesci, i sogni.

Qualcuno li tira fuori dalla loro acqua inconsistente, e loro fremono, si battono..poi, semplicemente, si lasciano andare. E restano per un attimo con quel loro luccicare testardo nel sole, finchè qualcuno li raccoglie, o li lascia marcire.

Quando li vedo socchiudo gli occhi perché quella luce mi fa male.

Mi fa male dentro.

Era un momento così, io seduta sulla spiaggia ad osservare quegli strani funerali stringendo il verde del mio vestito con la mano destra, la sinistra abbandonata sulle gambe, aperta, come a chiedere che qualcuno la riempisse di scaglie sognanti per poi farle tuffare nel mare esprimendo uno, dieci, cento desideri.

Era un momento così quando l’ho incontrato.

Sapevo che stavamo guardando la stessa identica scena, lo intuivo da quella linea stretta e amara sulle sue labbra. Sapevo che lui non era uno che lasciava morire i sogni facilmente, lo intuivo dall’azzurro che gli percorreva veloce lo sguardo.

Il mare, vedendolo, aveva cominciato a muoversi come noi donne sappiamo bene. Levigava le onde, danzava fluido, sorrideva fingendosi morbido e innocente.

Mi faceva venire voglia di prenderlo a sassate e gridargli “Bugiardo!”, già allora intuivo che saremmo stati rivali.

E come avrei mai potuto competere col mare? Io ero una ragazzina con un cuore che non smetteva mai di cantare. Non mi lasciava tregua, non stava zitto un attimo.

Non sapevo essere misteriosa e taciturna come quella culla di sale.

Non sapevo fare la voce grossa come quando si gonfiava di tempesta.

Andavo molto più d’accordo col vento, il mio compagno invisibile e immenso a cui ogni sera raccontavo favole perché le portasse a quell’amore che un giorno avrei incontrato.

Gli dicevo “Portagli le mie parole, sussurragliele piano, parlagli di me, insegnagli la strada”.

E quando lo vidi capii che per me era arrivato il tempo di restare.

Non fu facile come ci vengono a raccontare nei romanzi.

Non è semplice quando ci si vuole vedere nudi oltre la pelle, alla luce dolorosa dei difetti e degli sbagli.

Ci avvicinammo lentamente, lentamente cominciammo a spogliarci.

Lo lasciai li, nudo di certezze come un verme, mi accesi una sigaretta e rimasi a guardarlo..era così privo di difese che fra le costole potevo leggergli qualche rimpianto.

Lo osservavo, e mi rendevo conto di non aver mai visto niente di più bello.

Perché in quel buio di amarezze c’era una luce che si faceva strada, testarda, fra le cose non dette e quelle che non aveva avuto il coraggio di fare.

C’era quella luce di chi per il futuro tiene da parte i sogni buoni, con la tranquillità di chi sa che è stato solo il tempo a sbagliare.

Con la grazia di chi si muove nel mondo ascoltandone il respiro.

“Ecco”, cantava il vento, “La ballerina dei desideri strambi ha trovato il suono su cui danzare”.

E in quel momento mi accorsi di aver sorriso piano quando per la prima volta avevo premuto l’orecchio sul suo cuore.

Gli ho sempre dato tutto, senza riserve, le sue lunghe assenze mi davano il tempo di riempirmi nuovamente di meraviglia e di gioia senza avere mai vuoti né pause.

Ero così ingorda di vita, non mi bastava mai.

Ma forse era lei a non volermi bastare.

Mi mostrava con cura i suoi colori disseminandoli per le vie della mia città di teste addormentate, a volte li posava lungo i muri sporchi di terra, a volte ne riempiva il cielo.

Mi piaceva quando li infilava qua e là fra i passi della gente, in una camminata sbilenca o nella mano fra i capelli di una ragazza dal vestito leggero, mentre il vento, sulla panchina, ne approfittava per sollevarle un po’ la gonna e metterla in imbarazzo..per quelle guance che si coloravano, per quelle labbra aperte di sorpresa, la vita sapeva ridere forte.

Era nelle bucce di mandarino che bruciavano nei camini riempiendo di stelle gialle l’aria invernale, nelle risate che correvano per le strade quando giugno apriva le finestre e spogliava la gente dei vestiti e del loro letargo.

Era in un ragazzo in bicicletta che dondola allegramente le spalle cantando una canzone silenziosa che riesci a sentire e ti strappa un sorriso largo, nella luce viola e portentosa di quei minuti prima dell’alba.

Nei volti delle stazioni, fra un bambino al suo primo viaggio e il vecchio con lo sguardo perso lontano, a guardare la turiste, a sognare mille altre possibilità. Nelle mani congiunte di una mendicante che tutto il giorno recita preghiere al suo dio immaginario, e nelle monete sul fondo delle fontane, custodi di tesori ben più grandi.

Era nei segreti, più di ogni altra cosa.

Nei biglietti abbandonati sul marciapiede al termine del viaggio, nelle cartoline scritte su tavoli ingombri di chiacchiere e noccioline americane, nelle dita allacciate di quegli amori estivi rimandati a settembre.

La vita ed io non smettevamo mai di inventarci nuovi modi per conquistarci e non lasciarci mai andare.

Forse è per questo che non mi sentivo sola quando il mio pescatore era lontano.

Al limite mi sentivo troppo piena di racconti e sensazioni, questo si, mi capitava spesso.

E allora correvo fino al mare col mio vestito verde, gli mostravo i miei piccoli pugni e lo minacciavo gridandogli “Adesso tocca a me, te lo sei tenuto abbastanza”.

Nel giro di qualche giorno, con uno sbuffo d’onde lo riportava a casa.

E allora avrei voluto somigliare al mio nemico, perché il mio corpo era troppo piccolo per tutta quella gioia, mentre accarezzavo i capelli del mio ometto per farlo addormentare, per sognare con la testa abbandonata sulle sue spalle.

Gli ho fatto un brutto scherzo, lo so.

Quando ha deciso di tornare per sempre, sono stata io ad andarmene lontano, nel buio senza peso in cui un giorno saremo ancora insieme.

Non sono stata io a decidere, amore.

Semplicemente, è successo.

E adesso mi ritrovo a dondolarmi sulla spuma del mio antico rivale, finalmente amici, finalmente vicini, quando lui viene a trovarci al molo e il vento ci dà voce per cantare oltre la distanza.

(Io sono quel riflesso che per un attimo vi sorride dal fondo quando le vostre lacrime sono pioggia sul sale.)

 

 

 

 

 

Testi e foto di Simona Durzu

 

 

 

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